La sindrome dell’ovaio policistico (PCOs) è una sindrome complessa ed affligge 1 donna su 10.

Nel 1935 due medici, Stein e Leventhal, la definirono per la prima volta come un quadro clinico caratterizzato da: oligomenorrea, irsutismo, obesità e spesso, Acanthosis nigricans, ovvero una manifestazione cutanea caratterizzata da zone iperpigmentate, mal delimitate, che compaiono tipicamente a livello delle pieghe cutanee (collo, ombelico, inguine, ascelle).

La sindrome è estremamente eterogenea, con quadri clinici sfumati, caratterizzati sia da alterazioni endocrinologiche sia da alterazioni metaboliche.

È importante soprattutto per le implicazioni che ha sulla salute della donna, sia dal punto di vista estetico, riproduttivo che metabolico.

 

CLINICA

La manifestazione clinica della PCOs è il risultato di una complessa serie di alterazioni di meccanismi fisiologici e non sempre si assiste ad una piena espressione. La PCOs, solitamente, si manifesta in età puberale con disordini mestruali, irsutismo e obesità, accompagnati da disturbi metabolici che però diventano via via più importanti con il progredire del tempo fino a divenire predominanti dopo la menopausa.

I disturbi endocrinologici più frequenti comprendono: irregolarità mestruali (80%) (oligomenorrea, amenorrea, metrorragie, infertilità); iperandrogenismo (60%) (irsutismo, acne, alopecia); obesità (50%).

I disturbi metabolici più frequenti, invece, sono intolleranza glucidica, diabete mellito, dislipidemie, difetti fibrinolitici con iperfibrinogemia e un maggior rischio cardiovascolare, ipertensione.

 

Le irregolarità mestruali compaiono in età puberale, con cicli mestruali che si distanziano sempre di più l’uno dall’altro fino a sfociare nell’amenorrea permanente (50-60% dei casi), l’infertilità è purtroppo presente nel 70-85% dei casi.

L’iperandrogenismo, invece, si manifesta prevalentemente con irsutismo, che riguarda il labbro superiore, il mento, il solco intermammario, gli avambracci, la linea alba, le cosce e le gambe. Non sempre, però, l’iperandrogenismo va di pari passo con l’irsutismo.

Frequente, anche, il riscontro di seborrea ed acne.

Un sintomo più raro dell’iperandrogenismo è l’alopecia, un assottigliamento del diametro del capello su tutto il cuoio capelluto con atrofizzazione del follicolo pilifero.

L’obesità, invece, è presente nel 50% delle donne con PCOs ed è spesso associata ad uno stato di iperinsulinismo legato, a sua volta, all’insulino-resistenza.

I disturbi metabolici più frequenti sono quelli classicamente legati all’insulino-resistenza e solitamente diventano predominanti con l’avanzare dell’età.

Frequentemente si riscontrano: alterazioni del profilo lipidico (con aumento dei trigliceridi e riduzione del colesterolo HDL), ridotta tolleranza glucidica o diabete mellito di tipo 2 (celebre l’espressione “diabete della donna barbuta”), iperfibrinogemia e difetti fibrinolitici, ipertensione arteriosa.

Tutte queste alterazioni metaboliche sono alla base dell’aumento del rischio cardiovascolare delle donne affette da PCOs. Poiché queste alterazioni metaboliche nelle giovani donne sono molto sfumate e si fanno evidenti solo dopo la menopausa spesso vengono sottovalutate.

Si sta ancora cercando di capire se un trattamento precoce delle alterazioni metaboliche sia opportuno o meno, ma quello che appare oramai certo è la PCOs è una patologia endocrino-metabolica e pertanto la valutazione di queste pazienti non può esaurirsi negli aspetti strettamente endocrinologici e riproduttivi ma deve coinvolgere anche alcuni parametri metabolici.

 

DIAGNOSI

La diagnosi di PCOs è di esclusione, nel senso che essa è definita come una condizione di iperandrogenismo (documentato clinicamente o biochimicamente) e anovulazione cronica, in assenza di altre patologie che possano essere responsabili di tali manifestazioni.

Frequentemente si riscontrano valori elevati di androgeni sia a livello ovarico (testosterone libero, DHT) e a livello surrenalico (Δ4-androstenedione, DHEA-S). Va ricordato, però, che solo il 50% delle pazienti con PCOs ha elevati valori di androgeni surrenalici.

Da un punto di vista ecografico, l’ovaio policistico è spesso ingrandito, liscio o mammellonato, con un aumento dello spessore corticale. A livello sottocapsulare sono presenti numerose cisti ovariche (microcisti) di diametro variabile (4-7 mm) con ridotto numero di cellule della granulosa e iperplasia delle cellule tecali. Quest’ultimo aspetto è il dato di più frequente riscontro.

Le cisti non sono altro che follicoli antrali, bloccati nel loro stadio di sviluppo.

La presenza di cisti ovariche non è una condizione necessaria per effettuare la diagnosi di sindrome dell’ovaio policistico e, al contrario, la presenza di cisti ovariche (ovaio policistico) non necessariamente implica la presenza di una sindrome dell’ovaio policistico (PCOs).

L’ovaio policistico e la sindrome dell’ovaio policistico sono due entità diverse che vanno chiaramente distinte.

 

TERAPIA

Se avete ricevuto la diagnosi di PCOs o siete in cerca di una gravidanza, dovete sapere che la giusta alimentazione, eventualmente supportata da un’opportuna integrazione, può aiutarvi ad aumentare le probabilità di concepire. E non solo!

La terapia nutrizionale vi permette anche di contenere o ritardare i sintomi connessi alla patologia, come l’iperandrogenismo, l’irregolarità del ciclo e il numero di cisti ovariche.

Per questo risulta utile anche a tutte quelle donne con PCOS che cercano una soluzione il più naturale possibile alla patologia per favorire il proprio riequilibrio ormonale, a prescindere dal desiderio di una gravidanza!

Il trattamento va effettuato a due livelli: il primo è preventivo; il secondo è quello terapeutico vero e proprio.

La prevenzione va effettuata soprattutto nelle donne che hanno dei fattori di rischio per lo sviluppo PCOs, ovvero la presenza di una ipertricosi prepuberale e/o un pubarca precoce, e il soprappeso in ragazze che riferiscono un basso peso alla nascita.

In questi casi l’attività preventiva consiste nel ridurre l’introito calorico e nell’aumentare l’attività fisica. Una dieta povera di grassi va proposta anche a quelle ragazze che, pur non essendo in sovrappeso, hanno una familiarità per PCOs.

È utile un calo ponderale, che deve essere effettuato molto lentamente (0,5 Kg la settimana) per evitare che la paziente riacquisti il peso perduto. La dieta ipocalorica determina una riduzione dell’iperinsulinemia e del testosterone ed un aumento della SHBG con regolarizzazione del ciclo nel 40-50% dei casi.

La dietoterapia, quindi, deve essere il primo approccio terapeutico nella donna con PCOs: quando una donna sovrappeso con PCOS perde circa il 10% del suo peso aumenta di ben il 78% le capacità di avere un bambino.

Sul piano terapeutico, bisogna focalizzare l’attenzione sul fatto che l’espressione della malattia è riconducibile essenzialmente ad elevati livelli di insulina, un ormone che è influenzato in maniera massiccia dal cibo e che tra le molteplici azioni ha anche il compito di influenzare la secrezione di androgeni ed estrogeni nell’arco del ciclo mestruale.

Alla luce di ciò appare chiaro che la strategia alimentare vincente nei casi di PCOs è mantenere la calma insulinica, che, nella pratica, si traduce innanzitutto nel seguire una dieta a basso contenuto di carboidrati, il cui consumo va riservato nella prima parte della giornata, cioè quando, metabolicamente parlando, sono meglio tollerati.

L’alimentazione è l’alleato più prezioso di tutte le donne affette da PCOs, poiché una dieta a basso carico glicemico permette non solo di perdere peso qualora ce ne fosse bisogno, ma anche di normalizzare i livelli di insulina.

Per ridurre ulteriormente lo stimolo insulinico indotto dai carboidrati, non è però sufficiente limitarli. Si dovranno organizzare i pasti in modo tale da associarli sempre a fibre, grassi e/o proteine, prestando molta attenzione al tipo di fonte, così da evitare di ingerire cibi contenenti o rilascianti sostanze in grado di perturbare la situazione ormonale (es. gli estrogeni nel petto di pollo da allevamento intensivo o gli isoflavoni nella soia).

Alle volte è utile eliminare i fattori di infiammazione, soprattutto latticini e farinacei.

Perché? L’alimentazione può influire sull’infiammazione per diversi motivi.

In primo luogo, alcuni dei mediatori (prostaglandine, leucotrieni, citochine) vengono prodotti su stimolo dell’alimentazione. Quando si formano in modo cronico le specie reattive dell’ossigeno (i cosiddetti radicali liberi), il modo in cui ci alimentiamo permette di avere un aiuto esterno da antinfiammatori vegetali (come ad esempio i flavonoidi o la vitamina C), oltre che rafforzare le nostre stesse difese antiossidanti. Alcuni ormoni, come cortisolo e, appunto, l’Insulina, influenzano l’infiammazione, e sono a loro volta influenzati dal modo in cui ci nutriamo.

 

Risultati ancora migliori possono essere ottenuti osservando un preciso timing alimentare (ossia mangiare in determinate fasce orarie) che sembra sia determinante nel miglioramento della secrezione ormonale in pazienti con PCOs. Inoltre, un’alimentazione che prevede un’abbondante colazione, che diventerà il pasto principale della giornata (non oltre le 9:00 del mattino), un pranzo moderato tra le 12:00 e le 15:00 e una cena modesta tra le 18:00 e le 21:00, sembra essere la migliore nel favorire cicli ovulatori, e quindi una maggior possibilità di procreare!

Niente spuntini se non si avverte il senso di fame, per non indurre ulteriori picchi insulinici.

 

LA COLAZIONE E LA CENA PER PCOS

Nella dieta per PCOs, la colazione deve essere davvero abbondante: quasi 1000 kcal, a fronte di circa 200 kcal la sera e 600-650 a pranzo. Potrebbe sembrare un modello alimentare squilibrato visto il grosso divario tra i pasti, ma si tratta di una dieta terapeutica: è efficace a stimolare l’ovulazione senza l’uso di medicine

(lo dimostra uno studio della Dott.ssa Daniela Jakubowicz della facoltà di Medicina di Tel Aviv Lo trovate qui)

Il mio consiglio per donne che soffrono di PCOs e che non devono perdere peso è fare un’abbondante colazione con frutta fresca o essiccata (fichi, albicocche, prugne ecc) e una fonte di carboidrati complessi (pane a lievitazione naturale o di segale, muesli, fiocchi d’avena, biscotti o torte fatte in casa con ricette che prevedano l’uso di dolcificanti alternativi allo zucchero, non dolcificanti artificiali!). Da abbinare una fonte di proteine, solo sporadicamente provenienti da latticini (e solo se il quadro ormonale individuale lo permette!). Si potrebbe, ad esempio, alternare prosciutto DOP (che per legge non contiene conservanti chimici, ma vanno bene anche altri affettati senza nitriti né nitrati), uova biologiche, salmone o tonno naturale o in scatola se di ottima qualità (come l’As Do Mar che è tra le marche migliori è più attente all’ambiente). Per aumentare ulteriormente la quota calorica, si potrebbe inserire anche una piccola componente di grassi come frutta secca o del burro chiarificato biologico (ghee).

Il pranzo deve essere pressoché normale, con una piccola fonte di carboidrati a basso indice glicemico (pasta di farro, farro e orzo in chicchi, grano saraceno, miglio e altri), dei legumi o un’altra fonte proteica animale (pesce, uova, carni bianche), abbondante verdura e olio extravergine come condimento. Alle volte, potrebbe essere consigliabile eliminare il glutine (è sempre da valutare con un esperto!)

La cena dev’essere molto leggera: una piccola porzione di verdura e una piccola porzione di proteine con una fonte buona di grassi quale l’olio extravergine a crudo.

 

PICCOLE PRECISAZIONI:

Qualora si volessero correggere i sintomi da PCOS solo con l’alimentazione, questo schema alimentare deve diventare di routine per la donna che ne soffre. Non si tratta, dunque, di seguire la dieta per tre/quattro mesi e basta: quando si torna alle vecchie abitudini i problemi ritornano (cicli anovulatori, insulino-resistenza, aumento del rischio di sindrome metabolica ed altri). La PCOs una sindrome cronica!

Ovviamente gli “sgarri” possono essere concessi, ma adottandoli alla situazione: 80% di alimentazione controllata e finalizzata alla PCOS, 20% di sgarri (che si intendono per una cena a settimana fuori, la colazione della domenica saltata perché si dorme di più, il dolce nelle occasioni particolari…)

Il tutto deve essere rigorosamente seguito da esperti in materia (medici e nutrizionisti) che possono valutare la situazione ed adattare la terapia ottimale. Alle volte la sola alimentazione può migliorare le condizioni della patologia, ma per altre l’alimentazione può essere sì un valido aiuto, ma non essere la soluzione! Ogni individuo è diverso dagli altri, non esiste una dieta o una terapia generale.

Pensi che tutto questo sia una scocciatura? Convivere con la PCOS lo è sicuramente di più!

 

 

Dott.ssa Laura Masillo

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
  • Sindrome dell’ovaio policistico, Manuale di Terapia delle Malattie Endocrine e Metaboliche, Toscano V.
  • Malattie del Sistema Endocrino e del Metabolismo, Travaglini P.
  • Corrigendum to meal timing and composition influence ghrelin levels appetite scores and weight loss maintenance in overweight and obese adults steroids, Jakubowicz D.

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