Le implicazioni psicologiche di un’alimentazione incontrollata

Come mai nonostante una buona conoscenza dell’educazione alimentare, di cosa sia giusto o meno mangiare, non riusciamo a seguire un regime nutrizionale adeguato?

Che significato ha per noi mangiare? Che scopo ha per noi assumere determinati cibi in un determinato momento?

Il cibo ci accompagna la nostra vita dal momento stesso in cui nasciamo. Non possiamo farne a meno perché è fonte di vita e di nutrimento, ma oltre all’aspetto biologico, porta con sé significati che vanno oltre l’aspetto prettamente nutrizionali.

Esistono infatti dei cibi che ci accompagnano durante la nostra vita ed ai quali diamo significati emotivi. Il dolce preferito di quando eravamo bambini, la pietanza preparata da una figura importante, la merenda che condividevamo con un nostro amico. Il cibo ci accompagna in tantissime situazioni emotive della nostra vita e contiene dei significati importanti su cui noi costruiamo parte della nostra storia.

Mentre però gli affetti, gli amici, le situazioni della nostra vita cambiano, si evolvono, mutano, il cibo rimane sempre uguale e grazie al legame mnemonico ed affettivo creato nel nostro passato, rimane un buon metodo per rievocare le sensazioni piacevoli che erano legate ad esso.

Così, mentre i ricordi o le persone possono essere fonte di emozioni negative, di frustrazioni, il cibo è in grado di offrire un’apparente conforto, disinteressato e assolutamente privo di frustrazioni, almeno nell’immediato.

Diverse ricerche hanno evidenziato lo stretto rapporto tra il cibo e la vita affettiva e quanto questo possa servire a “gestire” le emozioni (Simonelli C. et al., 2012, Macht, 2008; Laitinien, Sovio, 2002; Markey et al., 2001; Telch & Agras, 1996). Attraverso il rapporto con il cibo si esprime un bisogno d’amore: il cibo diventa un anestetico con cui si cerca di eliminare la sofferenza o l’insoddisfazione. Una scorciatoia con cui si tenta di riempire quel vuoto che per qualche ragione si è creato dentro di noi.

Ecco dunque come l’assunzione di cibo assume significati totalmente opposti ai bisogni nutrizionali, ma serve per colmare necessità prettamente emotive.

A livello anatomico infatti il sistema limbico, in modo particolare l’amigdala, è implicato, insieme all’ipotalamo, nella regolazione del comportamento alimentare, sessuale, nell’espressione delle emozioni di rabbia e paura e nel controllo della motivazione.
Queste basi anatomiche spiegano la stretta relazione che intercorre tra l’atto di alimentarsi e la sfera della sessualità oltre alla forte centralità che hanno le emozioni su queste due dimensioni del comportamento umano.

Mangiamo dunque per modulare i nostri stati emotivi spiacevoli per tentare di placarli, colmarli, modificarli, attraverso sensazioni piacevoli derivanti dal cibo; si parla infatti di comfort food, cibo confortevole, che rassicura.

La soluzione che si trasforma nel problema

Se si è imparato a modulare le emozioni attraverso l’assunzione di cibo, è perché in un certo momento della vita questa soluzione si è mostrata efficace, utile e decisiva per rispondere ad un bisogno fondamentale, quello di non essere soli, di non soffrire, di stare meglio.

Il problema, come avviene in molti casi, è che questo tentativo di soluzione, che si è dimostrato utile in passato, è il motivo dell’attuale sofferenza.

Il cibo, fonte di conforto, diventa anche fonte di colpa devastante, di inadeguatezza, di disgusto e si caratterizza di quegli aspetti negativi che si tenta di rifuggire, creando così un circolo vizioso che imprigiona nei suoi meccanismi di ricompensa – insoddisfazione- emozioni negative – ricerca di nuova ricompensa.

In quest’ottica, l’uso di tecniche di tipo cognitivo (agire sui pensieri che provocano emozioni negative) e comportamentale (azioni atte a intervenire direttamente sull’assunzione di cibo e sull’emotività negativa), possono risultare molto efficaci per impedire l’innescarsi dell’abbuffata e delle conseguenti emozioni negative che ne derivano.

Quando riconosciamo l’impulso ad assumere un determinato cibo, proviamo a domandarci: cosa mi sta passando per la mente in questo momento?

A cosa sto pensando esattamente?

Questo pensiero come mi fa sentire?

Mi sento preoccupata o in ansia ‘? o forse mi sento triste?

Spesso risulta difficile per noi, travolti dai ritmi di vita quotidiani, provare a soffermarci sul ” cosa sentiamo” mentre agiamo, e tuttavia questo esercizio può risultare a lungo termine, un addestramento davvero efficace per acquisire una maggiore consapevolezza di noi stessi e dei nostri comportamenti, anche alimentari!

È proprio su questi meccanismi di reiterazione e gestione dell’emotività che il lavoro terapeutico psicologico si inserisce come coadiuvante al lavoro medico dietologico e ne garantisce l’efficacia nel tempo attraverso un approccio integrato, che tenga in debita considerazione le implicazioni psicologiche legate ad un’alimentazione incontrollata.

 

Dottoressa Gabriella Caruso – Psicologa

Psicoterapeuta cognitivo – comportamentale in formazione

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